SHINJUKU o il sogno condiviso di un super-mondo
testo di Silvia Sfrecola

“Qual è il parassita più resistente? Un’idea. Una singola idea della mente uma
na può costruire città. Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le
regole. Ed è per questo che devo rubarla” (Dom Cobb, Inception)

Shinjuku è un quartiere di Tokyo, forse “il” quartiere di Tokyo simbolo di quell’equilibrio tra tradizione
e modernità che, nell’immaginario collettivo, contraddistingue il Giappone tout court. Shinjuku è una
conurbazione più che un semplice quartiere, sviluppatasi intorno al seicentesco palazzo di un Daymo
(l’equivalente di un signore feudale) sulla cui area oggi sorge uno dei più bei parchi di Tokyo (il Shinjuku
Gyoen). Per chi “sbuca” dalle viscere metropolitane, l’impatto è sconvolgente e, per certi aspetti, straniante:
le torri vertiginose, i grattacieli tra i più alti del mondo, i palazzi imponenti, i grandi alberghi,
gli immensi centri commerciali e poi i cinema, i ristoranti e soprattutto le ferrovie, pubbliche e private
che vi convergono, fanno di Shinjuku il nodo di scambio più trafficato al mondo raggiungendo la cifra
impressionante di circa 3.600.000 persone al giorno. Shinjuku non dorme mai e forse nemmeno riposa,
completamente appagata da quel suo skyline urbano che evidenzia appieno tutto il potere economico
di Tokyo. Anche Virginio ha preso la metro per arrivare a Shinjuku. E la sensazione deve essere stata
molto simile a quella appena descritta. Ma Virginio è un fotografo e se guarda il mondo con gli occhi, lo
ri-guarda e lo ri-fa con l’obiettivo. Sebbene siamo nel cuore di un immenso agglomerato urbano, dalle
fotografie di Virginio non emerge l’immagine di una giungla metropolitana di asfalto e cemento ma
quella di un “super-mondo” puro, cristallino, digitale creato da una “super-intelligenza” le cui prestazioni
dipendono dal suo capitale intellettuale ed i cui centri nervosi, quelli che presiedono alle funzioni
logistiche, sono chiaramente visibili. Sembra di stare sul set di uno di quei film futuristici che raccontano
la colonizzazione di universi paralleli da parte di intelligenze aliene. O, con un po’ meno fantascienza ed
un po’ più scienza, di utilizzare uno di quei microchip dell’elettronica organica trasparente che identifica
le reti neuronali grazie alla capacità di registrare i segnali elettrici e luminosi. E’ chiaro che di gioco si
tratta perché non siamo davanti a cosmonavi spaziali attraversate da immense connessioni cerebrali ma
ad architetture riflesse ed a rami spogli di ciliegi ripresi in inverno dal basso. Eppure, anche a trucco
svelato, continuiamo a crederci perché Virginio utilizza una tecnica che, se volessimo procedere per metafore,
definiremmo caleidoscopica ovvero mirabilmente roteante per forme, profili e toni e costantemente
in movimento. Lo scopo di Virginio è subdolamente affascinante e terribilmente ambizioso ovvero
provare a rappresentare ciò che lo sguardo anzi gli sguardi o piuttosto quel susseguirsi di sguardi che
convergono a Shinjuku contemporaneamente catturano, riflettono ed elaborano, moltiplicandoli all’infinito.
Se in origine di ambienti reali si tratta, perché Virginio è a Shinjuku, il punto di arrivo è l’immagine
mentale ovvero quella mentalmente ri-composta. In questo gioco delle parti, in cui sembra di essere
in una di quelle camere degli specchi di un Luna-Park dove niente è come sembra, l’immagine finale,
per intenderci quella stampata, rappresenta l’interfaccia tra realtà e spettatore ovvero la schermo su
cui si proietta non l’oggetto reale (quello che il nervo ottico trasferirebbe al cervello) ma la simulazione
ricostruttiva generata dall’obiettivo fotografico di Virginio. Un gioco difficile, a metà tra sogno e realtà,
coscienza e illusione, che sarebbe piaciuto a Escher ma anche a Borges, a Christopher Nolan e perfino a
San Paolo. E se volessimo trovare un equivalente letterario forse si chiamerebbe entrelacement ovvero
intreccio continuo, quasi ossessivo, di immagini che appaiono, scompaiono, si moltiplicano all’infinito
nell’occhio (e nella mente), restituendo la sensazione di far parte della storia, di esserne immerso fino al
collo, come se fossimo esattamente lì, tra quei milioni di passanti senza volto né nome che ogni giorno
attraversano Shinjuku. Quei passanti che vedono senza essere visti, in un continuo movimento tra ramificazioni
concatenate di gangli e neuroni urbani. Ecco perché nella Shinjuku di Virginio non possono
esserci persone perché rappresenterebbero pericolose ingerenze spazio-temporaliv. Virginio, deus ex
machina, è il potente, diabolico regista di questo meraviglioso spettacolo, che spalanca l’accesso al
proprio immaginario, a quel suo personale “sogno condiviso” facendo girare, compiaciuto e compiacente,
l’obiettivo (l’equivalente della trottola di Inception) all’infinito. Ed esattamente come nel finale di
Inception, che lascia nel dubbio che la trottola continui a roteare, così Virginio, distratto dall’abbraccio
di Teru, alimenta il mistero e non svela l’enigma: è stato sogno o realtà?
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